Estratto dal documento approvato al Comitato politico federale del 2 luglio 2026.
Il laboratorio del modello di governo del Partito Democratico
Non solo le Amministrazioni comunali che hanno governato Bologna negli ultimi 30 anni non hanno prestato attenzione ai bisogni delle persone più povere ma, in anni di politiche speculative e privatizzatrici, un esodo di massa delle fasce medio-basse, con il dato attuale che circa il 30% dei bolognesi con un reddito inferiore ai 15.000 euro annui sono già andati in altre province e sono stati sostituiti da un afflusso di cittadini con redditi superiori ai 50.000 euro annui, come da dati della stessa città metropolitana.
Bologna non rappresenta un’eccezione nel panorama politico nazionale: al contrario, costituisce uno dei laboratori più avanzati del modello di governo del Partito Democratico. Un modello sempre più caratterizzato da una gestione leaderistica del potere, dall’adesione alle ricette liberiste e da una progressiva riduzione degli spazi di confronto democratico e partecipazione popolare.
L’attuale amministrazione interpreta una visione della città fondata sull’attrazione di investimenti, sulla valorizzazione immobiliare, sulla competizione tra territori e sulla crescita del turismo come principale motore economico. In questo schema i bisogni sociali, il diritto all’abitare, il lavoro stabile, la tutela dei servizi pubblici e la partecipazione democratica vengono sistematicamente subordinati agli interessi della rendita e del mercato.
Il tratto più evidente di questo modello è la sua autosufficienza politica. L’amministrazione appare sempre meno disponibile ad ascoltare le ragioni espresse dai cittadini organizzati, dai movimenti, dai sindacati conflittuali e dai comitati territoriali. Lo abbiamo visto con i percorsi partecipati, mediati da Fondazione Innovazione Urbana, sul caso del Museo dei Bambini al Pilastro ma anche sugli ecomostri in zona Lame e Due Madonne, confronto che viene spesso ridotto a un adempimento formale o ristretto tramite l’uso sconsiderato di moderatori e una scarsa informazione sui progetti, mentre le decisioni strategiche risultano già assunte e difficilmente modificabili.
Non è un caso che negli ultimi anni siano cresciuti i comitati cittadini contro le grandi trasformazioni urbanistiche, contro la cementificazione, per la difesa del verde pubblico, per il diritto alla casa e contro il progressivo aumento del costo della vita. Queste mobilitazioni non sono il segno di una città ostile al cambiamento, ma l’espressione di una parte sempre più ampia della popolazione che non si riconosce nelle scelte dell’amministrazione e che chiede di essere ascoltata.
Di fronte a questo protagonismo sociale, la risposta prevalente è stata troppo spesso la delegittimazione del dissenso, il ricorso a strumenti repressivi e amministrativi, la limitazione degli spazi di agibilità politica e una narrazione che tende a rappresentare ogni conflitto come un ostacolo allo sviluppo della città.
Questo approccio non è episodico ma coerente con una trasformazione del Partito Democratico, sempre più orientato verso una cultura politica leaderistica e liberista, nella quale il consenso viene ricercato attraverso la comunicazione e la personalizzazione della politica più che attraverso il confronto con i bisogni materiali delle persone, in pieno spirito di americanizzazione della nostra politica nazionale e locale. Un sistema favorito nel locale dalla stessa normativa elettorale, favorevole al leaderismo a scapito della proposta politica grazie all’elezione diretta dei sindaci e contrario ad ogni attenzione al territorio tramite il sistema dei Sindaci metropolitani, che accorpano il ruolo di Sindaco con quello di Presidente della Provincia ma eletti nel solo capoluogo.
Bologna diventa così lo specchio di una sinistra di governo che ha progressivamente smesso di rappresentare il lavoro, il disagio sociale e i ceti popolari, scegliendo di interpretare gli interessi della rendita urbana, dei grandi operatori economici e dei processi di finanziarizzazione della città. Per Rifondazione Comunista ciò rende ancora più urgente la costruzione di un’alternativa politica e sociale autonoma, capace di ricostruire rappresentanza nei luoghi del conflitto e di restituire voce a chi oggi non trova più ascolto nelle istituzioni.
Una città che soffoca
Negli ultimi anni il Partito Democratico ha spesso presentato Bologna e l’Emilia-Romagna come un modello di sviluppo sostenibile, sostenendo che la nuova pianificazione urbanistica avrebbe progressivamente condotto al superamento del consumo di suolo. Tuttavia, i dati ufficiali raccontano una realtà diversa.
Secondo i Rapporti ISPRA sul consumo di suolo, il fenomeno della cementificazione non si è arrestato dopo il 2021. Al contrario, il Comune di Bologna continua a collocarsi tra i capoluoghi italiani con i maggiori incrementi annuali di nuove superfici artificializzate. Tra il 2021 e il 2023 sono stati impermeabilizzati complessivamente circa 60 ettari di territorio comunale, con un incremento di circa 21 ettari nel solo ultimo anno monitorato. La Città metropolitana continua inoltre a registrare nuove trasformazioni dovute soprattutto alla logistica, ai grandi insediamenti produttivi, alle infrastrutture e ai nuovi poli commerciali.
Questi dati risultano difficilmente conciliabili con la narrazione del “consumo di suolo zero” che ha accompagnato negli anni il dibattito politico regionale. Durante il mandato in cui Elly Schlein ha ricoperto la carica di Assessore alla Transizione Ecologica presso la Regione Emilia- Romagna, la legge urbanistica regionale è rimasta sostanzialmente invariata e la sua attuazione è proseguita senza modifiche tali da invertire concretamente il trend del consumo di suolo.
Le stesse associazioni ambientaliste hanno espresso un giudizio molto critico sull’efficacia della normativa. Nel dossier pubblicato nel 2023, Legambiente Emilia-Romagna evidenziava come, a oltre cinque anni dall’entrata in vigore della legge urbanistica regionale (L.R. 24/2017), gli obiettivi dichiarati di riduzione del consumo di suolo fossero ben lontani dall’essere raggiunti. L’associazione sottolineava che il consumo di suolo «non accenna a fermarsi», attribuendo questo risultato alle numerose deroghe contenute nella legge, alle ripetute proroghe del periodo transitorio e alla possibilità di dare comunque attuazione a molte previsioni edificatorie approvate con i precedenti strumenti urbanistici.
Le conseguenze di questa politica urbanistica sono evidenti. Ogni ettaro di terreno agricolo o naturale trasformato in superfici impermeabili riduce la capacità del suolo di assorbire l’acqua piovana, aumenta il rischio di allagamenti, contribuisce alla formazione delle isole di calore urbane e determina la perdita di biodiversità. In un territorio segnato negli ultimi anni da eventi meteorologici estremi e da gravi alluvioni, il contenimento della cementificazione rappresenta non solo una scelta ambientale, ma anche una misura di sicurezza per cittadini e imprese.
I dati ufficiali dimostrano quindi che il percorso verso il consumo di suolo zero è ancora lontano dall’essere raggiunto. Se l’obiettivo dichiarato era fermare la cementificazione, i numeri certificano che ciò non è ancora avvenuto. Per invertire questa tendenza occorrono politiche che privilegino il recupero dell’esistente, la rigenerazione urbana delle aree dismesse e la tutela del suolo agricolo, limitando realmente le nuove espansioni edilizie e infrastrutturali.
Gli effetti li stiamo vedendo proprio in questi giorni, con temperature record da oltre 40 gradi affrontate con superficialità dalle Amministrazioni locali e con la stessa logica con il quale sono state affrontate le alluvioni: espansione urbanistica illimitata e assenza di qualsiasi attenzione alla prevenzione dal dissesto idrogeologico in aumento grazie al cambiamento climatico.
Carovita, affitti e turistificazione
Negli ultimi anni Bologna è diventata una delle città italiane con il più elevato costo della vita. L’aumento dei canoni di locazione, delle utenze e dei beni di consumo ha inciso profondamente sul potere d’acquisto dei lavoratori.
I dati ISTAT relativi al 2024 mostrano che una famiglia residente in Emilia-Romagna sostiene mediamente una spesa mensile superiore ai 3.000 euro. Pur trattandosi di dati riferiti ai nuclei familiari, essi consentono di stimare con buona approssimazione il costo della vita per una persona sola.
Per un lavoratore che percepisce 1.600 euro netti al mese, le principali spese possono essere sintetizzate come segue:
| Voce di spesa | Costo medio mensile |
| Affitto di un bilocale a Bologna | € 900-1.050 |
| Alimentari | € 260-320 |
| Gas ed energia elettrica | € 90-130 |
| Acqua | € 20-30 |
| Trasporto pubblico (abbonamento) | € 36-40 |
| Internet e telefonia | € 25-35 |
| Totale spese essenziali | € 1.330-1.605 |
Queste spese comprendono esclusivamente i costi indispensabili per vivere. Restano esclusi abbigliamento, sanità privata, manutenzione della casa, spese impreviste, attività culturali, vacanze, risparmio e qualsiasi forma di investimento personale.
Ne consegue che un salario netto di 1.600 euro viene assorbito quasi interamente dalle necessità quotidiane. Nel caso di un affitto nella fascia più alta del mercato cittadino, il reddito risulta addirittura insufficiente a coprire tutte le spese essenziali.
L’incidenza dell’abitazione è il dato più significativo: il solo affitto rappresenta mediamente tra il 56% e il 66% dello stipendio, una quota nettamente superiore alla soglia del 30-35% generalmente considerata sostenibile dagli economisti. Secondo l’osservatorio di siti come Idealista e Immoliare.it il canone di locazione medio in città è pari ad euro 17,5 al metro quadro, per acquistare un immobile euro 3.825 al metro quadro.
Anche i dati ISTAT confermano la forte crescita della spesa per la voce “abitazione, acqua, elettricità e gas”, che in Emilia-Romagna supera i 1.100 euro mensili per famiglia, rappresentando la principale componente del costo della vita.
In conclusione, uno stipendio netto di 1.600 euro non può più essere considerato sufficiente per garantire una condizione economica serena a Bologna. Pur consentendo la copertura delle spese fondamentali, lascia un margine minimo o nullo per affrontare imprevisti, costruire risparmio, sostenere una famiglia o progettare il futuro. Chi vive da solo e paga un affitto di mercato è spesso costretto a rinunciare a consumi non essenziali oppure a condividere l’abitazione, ricorrere al sostegno familiare o utilizzare i propri risparmi.
La progressiva crescita del costo della casa e dei servizi essenziali ha quindi determinato una riduzione significativa del potere d’acquisto dei salari medi, rendendo evidente come una retribuzione di 1.600 euro netti mensili rappresenti oggi, nella realtà bolognese, una soglia di semplice sopravvivenza economica più che di effettivo benessere.
L’aumento generalizzato del costo della vita colpisce oggi lavoratori, pensionati, studenti e fasce popolari. Bologna rappresenta uno dei laboratori più avanzati di un modello urbano fondato sulla rendita immobiliare, sulla turistificazione e sull’espulsione progressiva dei ceti popolari dal centro urbano.
Tale modello è fonte principale del problema caro affitti causato anche dalla turistificazione di massa della città. La ricerca di una casa a Bologna è diventata una emergenza sociale permanente. Mentre interi quartieri vengono trasformati in funzione del turismo breve, degli affitti temporanei e della speculazione immobiliare e migliaia di persone faticano a sostenere il costo della casa.
La turistificazione non è un fenomeno neutro: modifica il tessuto sociale della città, precarizza il lavoro, trasforma i servizi e subordina gli interessi collettivi alla rendita privata.
Non solo Bologna: si fugge anche dall’Area metropolitana
L’idea che trasferirsi fuori dal Comune di Bologna permetta di ridurre sensibilmente il costo della vita è solo in parte corretta. I dati ISTAT e gli indici dei prezzi al consumo mostrano infatti che l’intera area metropolitana è stata interessata, negli ultimi anni, da un forte incremento del costo della vita.
Tra il 2021 e il 2025 l’inflazione ha raggiunto livelli che non si registravano da decenni. Gli indici FOI del Comune di Bologna evidenziano una crescita media dei prezzi pari a circa +1,9% nel 2021, +8,1% nel 2022, +5,4% nel 2023 e +0,8% nel 2024, mentre anche nel 2025 l’inflazione è rimasta positiva. Complessivamente il livello generale dei prezzi risulta oggi superiore di circa il 17-18% rispetto al 2021.
L’aumento dei prezzi non ha riguardato soltanto il capoluogo ma l’intero territorio metropolitano. I rincari maggiori hanno interessato l’abitazione, l’energia, il gas, gli alimentari e numerosi servizi essenziali, incidendo sul potere d’acquisto dei salari.
I dati ISTAT sulle spese delle famiglie mostrano che in Emilia-Romagna la spesa media mensile per consumi supera i 3.000 euro, risultando tra le più elevate d’Italia. Anche depurando questo valore dalla presenza di nuclei familiari numerosi, emerge che una persona sola sostiene costi mensili molto elevati per abitazione, utenze, alimentazione e trasporti.
Nell’area metropolitana i canoni di locazione risultano generalmente inferiori rispetto alla città di Bologna, ma il divario si è progressivamente ridotto. Nei principali comuni della cintura (Casalecchio di Reno, San Lazzaro di Savena, Castel Maggiore, Calderara di Reno, Zola Predosa, Pianoro e Castel San Pietro Terme) l’affitto di un appartamento di piccole dimensioni rappresenta comunque una delle principali voci di spesa del bilancio familiare.
Nessuna Giunta comunale a guida PD nella Città Metropolitana sembra porsi il problema carovita e speculazione, anzi la ricetta del capoluogo a cascata viene riproposta anche nella ex provincia con un ricorso massiccio alla speculazione immobiliare sia verso strutture come gli enormi poli logistici sorti ad Altedo sia private come villette di lusso e nuovi complessi di appartamenti.
Proseguire e aprire ad altre e altri la campagna contro il carovita
Rifondazione Comunista deve continuare nella promozione della campagna politica contro il carovita, con l’intento di unificare le diverse vertenze oggi presenti nella società e di offrire una lettura complessiva delle cause dell’impoverimento.
Una campagna che tiene insieme il tema del salario, delle pensioni, del diritto all’abitare e del contrasto alla speculazione immobiliare con una riflessione più ampia sulle scelte di politica economica ed estera. L’aumento dei costi energetici, dell’inflazione e delle materie prime non può essere analizzato prescindendo dagli effetti delle sanzioni economiche, dalla prosecuzione dell’economia di guerra e dalla scelta di destinare risorse crescenti alle spese militari anziché alla tutela del potere d’acquisto delle famiglie.
Una campagna permeabile al confronto e ai contributi delle realtà con cui ci rapportiamo ogni giorno, contestualmente alla proposta della legge di iniziativa popolare 1% equo, ad un aumento dei salariali contro ogni forma di concertazione al ribasso e al controllo pubblico dei servizi essenziali.
L’obiettivo deve essere quello di ricostruire un punto di vista di classe capace di unificare vertenze apparentemente separate ma che hanno un’origine comune nelle politiche liberiste adottate a livello europeo, nazionale e locale.
Le ultime elezioni amministrative
I risultati ottenuti a Imola dal nostro Circolo confermano la tenuta di Rifondazione Comunista quando esprime critiche nel merito e una presenza territoriale costante, con una proposta politica chiara di alternativa al modello di gestione che sta devastando il nostro territorio.
Il dato del 2% dei voti a Imola, pur non garantendo l’elezione di alcun consigliere comunale, va rapportato con il dato dei votanti e con il dato storico per avere una visione completa.
Da 13 anni il PRC non si presentava ad una tornata elettorale a Imola, nonostante ciò, esso mantiene un nucleo di elettori pari a 559 voti rispetto ai 731 del 2013, questi ultimi ottenuti però con una lista unitaria insieme a Verdi e Comunisti Italiani.
Dall’altro lato, il Partito Democratico ha registrato un successo enorme in termini di percentuali sui votanti ma in termini di voti assoluti perde 546 voti, probabilmente in favore di liste ad esso collaterali. Ricordiamo come l’affluenza rispetto al 2013 sia calata di -3,49 punti percentuali e sia comunque pari al 54,50%, vuol dire che quasi un imolese su due non è andato a votare.
Solo l’analisi dei voti assoluti, alla luce della scarsissima affluenza alle elezioni nel nostro Paese, può mettere in risalto il distacco tra persone e classe politica e quanto diverse vittorie siano, dal punto di vista delle comuniste e dei comunisti che hanno sempre rivendicato il ruolo del Partito come guida per le masse, vittorie di Pirro o fortemente mediatizzate.
Globalmente si può dire come alle ultime elezioni comunali né il centrosinistra né il centrodestra possono rivendicare una vittoria netta a livello nazionale: entrambi ottengono alcuni successi e alcune sconfitte, mentre il dato più evidente è la crescita del peso delle liste civiche o collaterali alle coalizioni e il mantenimento del calo della partecipazione elettorale.
L’utilizzo prima alle regionali 2025 del movimento della Palestina per finalità elettorali, oggi dell’antifascismo, non sono pertanto sufficienti da soli a smuovere né chi si astiene ma neanche chi vota, servono proposte concrete e radicali che puntino a invertire totalmente il modo di governare gli enti.
L’esperienza elettorale dimostra come la semplice costruzione di coalizioni sempre più ampie non sia sufficiente a riconquistare consenso popolare né a contrastare efficacemente l’avanzata delle destre. In molti territori essa ha prodotto ulteriore astensione e un indebolimento dell’autonomia politica della sinistra di alternativa.
L’esempio di Molfetta citato in numerosi documenti rappresenta una proposta politica radicale che ha comportato, con la sua critica feroce alle forze del c.d. campo largo, l’indebolimento dello stesso minandone la sua credibilità tanto da cedere il terreno a forze come la nostra che sono state in grado di dare una prospettiva diversa dalle solite ricette di centrosinistra. Quanto avvenuto in tale comune, così come la crisi interna nel centrosinistra bolognese con la fuoriuscita di una rilevante parte di Europa Verde dalla compagine, prova ancora una volta la forza che possa avere il nostro partito rapportato ai movimenti sociali e ad una critica senza sconto alcuno alle politiche neoliberiste di destra o centrosinistra.
La via bolognese alla ricostruzione di un fronte conflittuale
La situazione politica e sociale che attraversa Bologna e il Paese impone a Rifondazione Comunista un salto di qualità nell’iniziativa politica, nella capacità di radicamento sociale e nella costruzione di un’alternativa autonoma alle politiche liberiste e moderate che oggi governano i territori e il Paese.
Le prossime scadenze elettorali non possono essere affrontate con lentezza, attendismo o genericità politica. È necessario accelerare i tempi della discussione e della costruzione di un progetto politico riconoscibile, radicato nei conflitti sociali e capace di rappresentare un’opposizione reale alle destre e alle politiche del cosiddetto “campo largo”, che anche a Bologna continua a riprodurre dinamiche incompatibili con i bisogni dei cittadini.
Per tali motivi abbiamo a giugno convocato una assemblea con cittadine e cittadini, forze politiche e sindacali che si sono incontrate in occasione della nostra festa con spirito di confronto. Forze non tutte convinte della necessità di un fronte unitario al contrario di quanto auspica Rifondazione Comunista, per noi il fronte è necessario e doveroso: Bologna rischia il collasso e ognuno deve prendersi le proprie responsabilità delle sue scelte.
Per tali motivi il Comitato politico federale da mandato alla Segreteria provinciale di avviare il prima possibile un coordinamento politico con le forze presenti all’assemblea del 12 giugno al fine di costruire una lista unitaria, che garantisca la visibilità e la partecipazione a pari merito dei singoli soggetti, in vista delle prossime elezioni comunali della primavera 2027 e la costruzione di un programma che rispetti la proposta politica nazionale e locale che il Partito porta avanti, con l’auspicio che esso si apra alla massima partecipazione delle cittadine e dei cittadini e di tutte le organizzazioni e comitati civici disponibili a sfidare la Giunta Lepore.
Tale lista non deve essere un cartello elettorale ma deve diventare un coordinamento permanente delle cittadine e cittadine che si oppongono alla Giunta con posizioni compatibili alle nostre.
Accelerare i tempi della costruzione dell’alternativa politica e sociale
La situazione politica e sociale che attraversa Bologna e il Paese impone a Rifondazione Comunista un salto di qualità nell’iniziativa politica, nella capacità di radicamento sociale e nella costruzione di un’alternativa autonoma alle politiche liberiste e moderate che oggi governano il nostro Paese.
Le prossime scadenze elettorali non possono essere affrontate con lentezza, attendismo o genericità politica. È necessario accelerare i tempi della discussione e della costruzione di un progetto politico riconoscibile, radicato nei conflitti sociali e capace di rappresentare un’opposizione reale alle destre e alle politiche del cosiddetto “campo largo”, che anche a Bologna continua a riprodurre dinamiche incompatibili con i bisogni dei cittadini e dei cittadini.
La fase politica impone coraggio, chiarezza e capacità di iniziativa. Bologna rappresenta oggi uno dei luoghi in cui più chiaramente emergono le contraddizioni del modello liberista. Ciò che si può riuscire a costruire qui, può essere una forza propulsiva anche per territori che vivono quotidianamente queste problematiche in tutta Italia, per questo rinnoviamo l’appello alla responsabilità di tutte e tutti, iscritti e non, ad allargare il più possibile la partecipazione alle lotte e a costruire insieme una proposta politica alternativa.