Verso un anno di lotta!

Estratto dalla relazione del Segretario provinciale al Comitato politico federale del 15 dicembre 2025.

La Federazione di Bologna del Partito della Rifondazione Comunista si avvia verso la fine del suo 34° anno di attività, dopo un XII Congresso provinciale che ha visto una convergenza sugli obiettivi da portare avanti nella difficilissima fase politica che stiamo vivendo.

Un anno in cui oltre alle tante ipocrisie e alla miopia di una classe politica locale di cui da comuniste e comunisti non possiamo che sentirci distanti, si sono sviluppate nuove mobilitazioni dal basso su svariate vertenze che siamo riusciti, nonostante i nostri tanti limiti, a seguire e le cui esperienze sono diventate anche nostre esperienze, arricchendo la nostra proposta politica.

Ci siamo imposti fin dall’inizio di non essere né quelli che mettono il cappello sui movimenti né i codisti privi di prospettive. Abbiamo perciò tentato in questi mesi di dare un’identità a Rifondazione Comunista, per lo meno a livello locale viste le evidenti difficoltà a livello nazionale, puntando a renderla avanguardia operativa e politica delle lotte.

Un’identità che fosse quella di un Partito che abbina la denuncia alla proposta politica mettendo insieme le istanze delle cittadine e cittadini, organizzati nei molti comitati e collettivi del nostro territorio, in un programma organico che veda un altro modo di governare, un altro modo di gestire i beni comuni e i servizi, fuori dalle logiche del mercato, dell’economia di guerra, del clientelismo bipartisan che ha affossato l’economia e il lavoro nel nostro territorio.

Veniamo ai fatti, viviamo in un’area in cui gli stessi dati della Città Metropolitana, dell’Istat e del ministero dell’Economia e Finanze, combinati con le ricerche e le inchieste dei sindacati e della nostra Federazione, ci danno un dato univoco: vivere qui è un lusso per pochi. Lo confermano gli aumenti delle entrate dovute al gettito fiscale IRPEF, aumentano i patrimoni e i cittadini di ceto medio-alto venuti da fuori, con redditi superiori ai 55.000 euro annui lordi, escono le persone in situazione di estrema povertà, con redditi al di sotto dei 15.000 euro annui, che migrano in altre province o regioni, con una variazione di circa il 30% negli ultimi dieci anni. Nel mezzo i precari e il ceto medio, la famosa “fascia grigia”, coloro che o non riescono ad avere un lavoro stabile o sono poco al di sopra delle soglie per cui beneficiare di aiuti. Ambo le categorie sono abbandonate a loro stesse e sfiduciate dalla classe politica al governo del territorio.

In dieci anni, dalla giunta Merola, si è finalmente realizzata la distopia speculativa iniziata già negli anni ‘90 e che ha fatto chiudere nei peggiori dei modi una grande era di Amministrazioni progressiste: “Bologna non c’è più. Fermiamoci un attimo. Chi può farlo torni indietro con i ricordi a quindici o venti anni fa. Pensi a Bologna e, soprattutto, al clima politico e ai progetti dell’amministrazione comunale. Il ricordo è sbiadito, vero?

Per esempio, la costruzione di periferie vivibili (praticamente le uniche in Italia) o i piani di recupero abitativo del centro storico ve li ricordate? Per esempio, i progetti scolastici per l’infanzia (mattoni, ma anche attività sperimentali) ve li ricordate?

Ora fate un brusco salto all’oggi. Sapete dire in quale terreno esprime la sua progettualità l’amministrazione? Vengono alla mente solo progetti faraonici di ristrutturazione urbanistica destinati a soddisfare le esigenze di settori imprenditoriali e finanziari. Per il resto, a parte tutto ciò che è stato accantonato e dismesso, rimane un quotidiano tran-tran incapace di rispondere anche ai problemi minori.

Il bilancio comunale è lo specchio della Bologna di oggi. Un lento e inesorabile scivolamento ci ha portato a vivere in una città i cui amministratori hanno cambiato completamente la rotta. E sempre più spesso è l’autorganizzazione dei cittadini a tentare di fermare questa deriva.”

Così titolava il Carlone, il quotidiano della Federazione bolognese di Rifondazione Comunista, l’8 novembre 1992, 33 anni fa.

Da lì in avanti la strada è stata solo in discesa, con governi di centrosinistra che preparavano il terreno al centrodestra con riforme all’insegna del precariato e dell’austerità e la destra del neoliberismo selvaggio e dell’intolleranza.

C’è però un’alternativa, in questi anni i cittadini hanno saputo organizzarsi e farsi promotori essi stessi di tante proposte alternative al governo di questa città e che poste insieme, in ascolto l’un l’altro, possono fare molto.

Le proposte di completamento e potenziamento del Sistema Ferroviario Metropolitano, il dossier sul Parco Don Bosco promosso dallo stesso comitato, le proposte della Rete Rifiuti Zero regionale e di Legambiente di riduzione delle discariche comunali di Imola e Castel Maggiore, i famosi e mai attuati piani per la “smart city”, le comunità energetiche contro il carovita, la creazione di un Osservatorio provinciale sul caro affitti, il mai portato avanti passaggio di gestione dell’enorme patrimonio immobiliare militare in disuso e tantissime altre proposte con al centro la lotta al carovita e la tutela dei beni comuni, per una città che sia sì moderna ma rispettosa di chi vi lavora e vive.

Questo lavoro di messa in comune di proposte e idee è iniziato già ieri ad una assemblea autoconvocata e autogestita basata su un appello estremamente semplice ed efficace, firmato da 75 cittadine e cittadini della nostra Area metropolitana e che ha visto una sala piena di attivisti e militanti di tante realtà diverse tra loro ma accomunate dalla sfiducia verso la classe politica locale e il governo nazionale e che si è sciolta con un mandato: proseguire un cammino di progettualità alternativo ai grandi poli clientelari e aprirsi il più possibile alla cittadinanza e alla sua partecipazione.

Questo progetto e la nostra linea inevitabilmente suscitano polemiche e fanno paura. Fanno paura tra chi preferisce comandare movimenti che non possono essere comandati, fa paura tra chi vuole parlare solo alla sua stretta cerchia e non alle persone, fa paura a chi vive nel mito di una Bologna progressista che non c’è più e a chi non vuole aprire gli occhi di fronte a ciò che l’economia di guerra, sostenuta in maniera bipartisan in Parlamento europeo, porterà alle lavoratrici e ai lavoratori: salari ancora più bassi, precarietà, prezzi ancora più alti.

La nostra aspirazione massima è riportare le lavoratrici e i lavoratori al centro del dibattito pubblico e nelle priorità delle istituzioni locali che sempre più perdono il loro carattere partecipativo e i cui rappresentanti sono eletti da sempre meno cittadine e cittadini.

In tale spirito abbiamo partecipato alla campagna referendaria per il lavoro e la cittadinanza e alle vertenze territoriali e nazionali, gli scioperi generali di CGIL e USB e tra le tante, le lotte alla Magneti Marelli di Bologna, alla Tracmec di Imola, alla Yoox dell’Interporto, alla Marzocchi di Zola, le mobilitazioni del pubblico impiego nel capoluogo di SGB, le agitazioni dei SI COBAS nella logistica, senza fare le pulci su quale sindacato indicesse o meno le manifestazioni ma aderendo in spirito di solidarietà e supporto alle lavoratrici e ai lavoratori, pur con un occhio critico talvolta sulle piattaforme rivendicative com’è giusto che un Partito comunista dovrebbe fare.

Con lo stesso spirito, dopo un anno e mezzo che ci ha visto aderire alle mobilitazioni contro il DDL Sicurezza, ci avviamo a partecipare alla campagna referendaria contro la riforma della Giustizia di Nordio, che tutto fa tranne quanto dichiarato nei suoi scopi, ponendo le basi per una magistratura, specie la pubblica accusa, alle dipendenze del potere esecutivo. Le conseguenze di tale riforma, specie viste le indagini aperte su alcuni nostri compagne e compagni oggi per gli atti di disobbedienza civile a favore della causa palestinese, verso chi manifesta per i propri diritti, saranno pesantissime. In tal modo abbiamo aderito ufficialmente al Comitato cittadino per il no con il quale intendiamo cooperare, insieme ai Giuristi Democratici e al Comitato Giusto Dire No.

Allo stesso modo, continueremo il percorso dentro al Coordinamento Bologna per la Palestina, che riunisce più di 40 realtà politiche, associative e civiche dell’Area metropolitana e che è riuscito a portare avanti congiuntamente le enormi manifestazioni del 22 settembre e del 3 ottobre. La solidarietà non si fermerà fino a quando lo Stato genocida di Israele continuerà l’assassinio sistematico del popolo palestinese.